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Shelter – Identità paranormali

Film (2010)

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I film sulle personalità multiple (mirabile in questo senso Identità di James Mangold) ci ricordano la fragilità della mente umana, ma sono soprattutto un ottimo mezzo per sceneggiatori brillanti capaci di usarlo per strutturare vicende dai risvolti inaspettati. Sceneggiatori meno brillanti ne traggono vicende sconnesse e sconclusionate quanto le personalità multiple del malato mentale protagonista. Questo film va più vicino a questa seconda categoria. Cara Jessup è una psichiatra forense tosta e convinta delle proprie idee, tra le quali c'è quella che le personalità multiple non esistono realmente, sono solo suggestioni. Suo padre, il dottor Harding, le sottopone il caso di David Bernburg, un giovane sulla sedia a rotelle arrestato per vagabondaggio e messo sotto cure mediche dopo averlo trovato un tantino scombinato. Cara parla con David e non lo trova particolarmente strano. Ma poi scopre lo spavaldo Adam Saber, che può tranquillamente alzarsi dalla carrozzina: entrambi sono nello stesso corpo, in un convincente caso di personalità multipla. Ma c'è qualcosa di più: Cara scopre che il nome di David Bernburg appartiene alla vittima di un omicidio. Il mistero si infittisce, le personalità si moltiplicano, si verificano strane morti e Cara capisce d'essere al centro di un terribile intrigo. Preso per buono l'assunto - come è sempre saggio fare per dare una possibilità anche ai film che forzano sul versante della credibilità - bisogna dire che la vicenda, pur essendo raccontata in modo sin troppo compassato, riesce inizialmente a suscitare una certa curiosità, attraverso un uso ingegnoso dei meccanismi dello psycho-thriller. Tutto resta però, appunto, meccanico e schematico. Nonostante gli sforzi di Jonathan Rhys Meyers, il derelitto multiplo non emerge mai né come una credibile minaccia né come figura tragica e di spessore. Lo stesso può dirsi per la dottoressa, che nell'interpretazione non più che adeguata di Julianne Moore rimane una presenza algida e presuntuosa: giusto che lo sia perché è proprio nel mettere in gioco le sue certezze professionali che si trova una delle ragioni narrative del film - con il classico assunto sulla scienza che non spiega tutto - ma il personaggio resta monocorde e non riesce a coinvolgere, a condurre in modo avvincente lo spettatore all'interno dell'enigma. Peccato perché la svolta conclusiva che determina la soluzione del mistero porta il film su un piano del tutto diverso che per essere efficace avrebbe avuto bisogno di una maggiore giustificazione narrativa e drammatica: così com'è sembra soprattutto una scorciatoia per risolvere in qualche modo la miriade di fatti arcani altrimenti immotivata. Il cambiamento di registro, inoltre, dissipa e banalizza le suggestioni e l'atmosfera iniziale facendo confluire la vicenda in un confuso, concitato e disordinato crescendo poco riuscito. Il duo registico svedese evita brillantezze modaiole preferendo uno stile cupo e austero: la scelta sarebbe buona e anche inusuale di questi tempi, se non fosse resa inefficace dall'estrema lunghezza del film, dalla conseguente monotonia e dalla perdita di coesione stilistica della seconda parte. Nella stanza del fratello della protagonista campeggia un manifesto de La notte dei morti viventi: un simpatico omaggio a Romero.