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Automata

Film (2014)

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2044, la superficie della Terra si sta desertificando in maniera innaturale e a causa dell'uomo. Vaste lande desolate e inabitabili a causa delle radiazioni prima hanno decimato gli uomini e poi li hanno costretti ad arroccarsi in megalopoli. Da tempo i robot sono una realtà quotidiana, per lo più impiegati come operai con disprezzo da parte dei padroni. Hanno due direttive inalterabili: non possono mettere a rischio nessuna forma di vita e non possono alterare se stessi in nessuna maniera. Jacq, detective per una società di assicurazioni, entra in contatto con un robot che viola le direttive davanti a lui riparandosi, scopre così qualcuno l'aveva alterato. Non è il solo a mostrare segni di pensiero indipendente, così il detective viene assegnato all'indagine e capisce che da qualche parte esiste qualcuno che sta modificando i robot per dargli una vita migliore. C'è principalmente Asimov nel bagaglio intellettuale di Automata e il film non fa nulla per fingere che non sia così. Le leggi che regolano il comportamento dei robot non sono esattamente quelle auree fissate dallo scrittore russo ma prendono le mosse dai medesimi princìpi per arrivare là dove solitamente ci si spinge quando si parte dal presupposto che le intelligenze artificiali non devono danneggiare l'uomo: che cosa succede se invece avessero dei motivi per farlo? Motivi simili a quelli che hanno gli uomini per danneggiare altri uomini. È almeno da Wall-E in poi che la fantascienza ha seriamente cambiato paradigma e smesso di raccontare il trionfo dello spirito (ciò che ci rende umani, la parte più ancestrale di noi) sulla materia (ciò che abbiamo creato e che contamina le nostre vite e le società con nuove regole aberranti), per iniziare a considerare la tecnologia non una minaccia ma un'opportunità per ciò che abbiamo di più caro: l'umanità. Automata è perfettamente in linea con questo nuovo pensiero revisionista, le intelligenze artificiali non solo sono nostre amiche ma rappresentano la parte migliore di noi, sono le uniche entità in grado di esprimere ancora della sincera umanità. Gabe Ibanez, ex esperto di effetti visivi cinematograficamente figlio di Alex de la Iglesia, esordisce con un lungometraggio che parte dai presupposti classici degli anni '80, ovvero l'incrocio del noir con la fantascienza (il protagonista è un detective di una società di assicurazioni come in La fiamma del peccato ed ha il compito di cacciare i robot come in Blade Runner) per andare a finire nei deserti causati dall'uomo, luoghi in cui la vita non è più possibile a causa delle radiazioni ma nei quali qualcun altro può prosperare. Non solo, ai principi di Asimov affianca anche le idee di Ghost in the Shell riguardo la disperata speranza di una forma di evoluzione come conseguenza della più classica delle prese di coscienza da parte degli automi, l'aspirazione delle macchine a diventare razza e migliorare con le diverse generazioni. Non tutto purtroppo fila liscio in questo film evoluzionista (quando il pianeta cambia e sembra progressivamente non lasciare più spazio vitale per l'uomo emerge un'altra forma di vita più adatta a quegli ambienti) che sembra eccessivamente innamorato della propria filosofia e invece che lasciarla trasparire spesso preferisce metterla in bocca ai personaggi. C'è però nell'impegno di Antonio Banderas, nell'uso degli ambienti tra gli opprimenti scantinati al neon e l'eccessivamente assolato deserto, il tentativo di dare una nuova dimensione ad un genere solitamente confinato al paesaggio della metropoli. Automata, al netto di qualche eccessiva lungaggine, ha il coraggio di fondare (in parte) una propria mitologia a partire dagli spazi e andando a concludersi nelle immensità che sanno di morte per affermare che qualcun altro lì può trovare un domani migliore, guadagnarsi il diritto ad una vita e a dei sentimenti.