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Amores perros

Film (2000)

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Tre storie si incrociano sullo sfondo di una convulsa Città del Messico. Il giovane proletario Octavio, innamorato di Susana, la moglie adolescente del fratello criminale violento, si mette in testa di fuggire con lei e prova a racimolare i soldi necessari introducendo il suo cane in un giro di combattimenti clandestini. Daniel, il direttore altoborghese di una rivista, lascia moglie e figlie per andare a vivere con il suo nuovo amore, Valeria, una bellissima modella sulla cresta dell'onda. El Chivo ha lasciato la famiglia per diventare un terrorista di estrema sinistra. Dopo anni di carcere e alcol, vive da barbone con un branco di cani randagi e, di tanto in tanto, uccide su commissione. Quello del cineasta messicano Alejandro Iñárritu è un esordio duro, violento, disincantato, rabbioso, amaro, disperato. Aggettivi che per il regista costituiscono i tasselli del puzzle di una megalopoli, Città del Messico, che ha tante contraddizioni quanti sono i suoi oltre venti milioni di abitanti. Una pentola a pressione pronta e esplodere, sotto il peso delle diseguaglianze sociali, certo, ma non solo. Perché è soprattutto di infelicità e drammi personali che ci parla Iñárritu. Drammi a cui la città, impressa nella livida e straziante fotografia di Rodrigo Prieto, fa da catalizzatore. Basta uno scherzo del destino per far sì che le vite così diverse e distanti dei tre protagonisti si incrocino, cambiando per sempre il loro corso. Non potrebbe esserci niente di più lontano delle esistenze patinate, ricche, facili di Daniel e Valeria e quelle sbandate e violente di Octavio, Ramiro e Susana. Eppure, come in una macabra e inconsapevole vendetta proletaria, le une porteranno la tragedia nelle altre. Proprio nel giorno in cui tutti sono convinti che la felicità sia finalmente a portata di mano, un evento fortuito li accomunerà nella disfatta. Fantasmagorica e oscura presenza costante dei primi due episodi è il protagonista del terzo, il borghese-proletario che ha tentato una sintesi impossibile tra due mondi inconciliabili. Mondi uniti soltanto dall'amore - malato - per i cani e dal senso di abbandono. Storie di amori "cani", amori "bastardi", che si compongono in un beffardo e atroce destino. Tasselli di vite che il regista incastra in un unica e definitiva perdita dell'innocenza. Un'esplosione di dolore cieco, aberrante, insensato, che Iñárritu condensa nelle disturbanti scene dei combattimenti tra cani di padroni rabbiosi. Non è allora un caso se l'episodio più forte, impattante e cinematograficamente meglio riuscito dei tre che compongono il film è il primo, quello dove si consuma il tentativo di riscatto sociale e sentimentale del giovane Octavio, interpretato da un esordiente Gael García Bernal, che riempie e ruba la scena con la sua tenerezza testarda e una debordante sensualità. Il mondo violento e sbandato che abita con la fragile e divisa Susana - sua personale ma flebile speranza di redenzione - è sbattuto dal regista al centro di un'inquadratura stretta, sporca, angustiante, che toglie il fiato come un prolungato annaspare negli abissi. Il ritmo, i palpiti e i rigurgiti di questo primo capitolo non lasciano tregua. Gli altri due risentono in parte di una maggiore rigidità dell'intreccio e di una lieve tendenza al melodramma, che stemperano la dirompente carica di spontaneità incontrollata del primo episodio. Ma la direzione attoriale è sempre perfetta e la tenuta complessiva del film è notevole, reggendo anche la complessità della sceneggiatura scritta dall'ottimo Guillermo Arriaga. In definitiva, una prova generale più che riuscita, per un pool di talenti al servizio della macchina da presa, che sarebbero tornati presto a turbare e affascinare.